Colazione a Montmartre

Poniamo il fatto che vi troviate a Montmartre (si nota che ci ho lasciato mezzo cuore in questo quartiere?) e che vi stiate recando alla fermata della metropolitana di Abesses per cominciare la vostra esplorazione della capitale francese. Aggiungiamoci che, probabilmente, è mattina, vi siete svegliati da poco e dovete ancora fare colazione. In tal caso non potete non fermarvi da le Coquelicot, bakery storica in Rue des Abesses, 24.

Non notarla è impossibile: la vetrina deliziosamente rossa ed il vivavai di persone all’ingresso non possono passare inosservati. Gli interni sono rigorosamente in legno ed alle pareti sono appesi oggetti d’uso comune dal sentore bucolico.
Questa bakery offre servizio da asporto per pane e dolci ma anche servizio ai tavoli: una piccola saletta interna ed una, altrettanto piccola, al piano superiore. Ma se volete godervi l’andirivieni dei parigini diretti alla metropolitana vi consiglio di accomodarvi sulle panche di legno all’esterno e fare colazione sui tavolacci da festa della birra.
Alla cassa fanno la fila gli habituè di corsa: commesse con il sorriso stampato in volto servono croissant vuoti o farciti, baguette di svariate misure, madeleines, pain au chocolat, tortini di mele. Il profumo è inebriante ed il servizio informale, dinamico, a tratti casalingo.

Per coloro che invece vogliono una colazione gustosa ed hanno tempo di accomodarsi, le Coquelicot mette a disposizione dei menù colazione preimpostati, che vanno dai 4,95€ ai 14,35€. Io ho preso un menù da 5,65€ comprensivo di:
– una tazza di caffèlatte di dimensioni epiche
– mezza baguette ancora tiepida di forno
– burro, miele e marmellata

Perché mi è piaciuto? Prodotti di qualità in veste rustica, rusticissima, quasi popolare. Fare colazione qui è sentirsi a casa in una città sconosciuta ed avere la sensazione di viverci da sempre.

Sito web ufficiale: Coquelicot bakery in Montmartre

Enjoy it!

Assenzio: la Fata Verde del Decadentismo

La chiamano la Fate Verde, ed è forse la bevanda alcolica più discussa di sempre. Ottenuto dalla distillazione dell’Artemisia absinthium, è un distillato ad alta gradazione alcolica che ha avuto un ruolo chiave in ogni storia bohèmien che si rispetti, e lo è rimasto fino alla sua proibizione, avvenuta nel 1915. 

Si dice venisse corretto con l’oppio (immaginiamolo, che storicamente non è accertato), e che portasse visioni ed allucinazioni. Idolatrato dai poeti francesi del decadentismo, oltraggiato dalle istituzioni e discusso dagli scienziati. Ad oggi non si tratta esattamente dell’alcolico che trovate sugli scaffali dei supermercati. Questo distillato ha tutt’ora una discreta irreperibilità, il che non fa che aggiungere fascino alle storie controverse che lo attorniano.

Vert d’Absinthe, 11, Rue d’Omesson, Paris.
Questo negozio è una vera chicca per gli estimatori della Fata Verde, ma anche per i curiosi: 30 differenti marche di assenzio, bicchieri, cucchiai, poster vintage, libri, misteriosi alambicchi.
La fermata della metropolitana è Saint-Paul, nel bel mezzo del quartiere Marais della capitale francese. Le Marais è una zona stupenda: gay friendly per eccellenza, ricco di botteghe ed atelier  ma non solo. Ospita una fitta comunità ebraica ed una delle più poetiche piazze della città, place des Vosges. Ed è proprio in questo quartiere, poco lontano dalla fermata della metropolitana, che sorge questo delizioso negozietto.
Io ci sono passata poco prima di tornare a Gare du Lyon per il treno del ritorno, ed ho acquistato il mio personalissimo souvenir da Parigi. Un poco dispendioso, ammettiamolo. L’assenzio è un distillato piuttosto costoso (nonostante la differenza di prezzo tra i vari tipi e le varie distillerie) ed obbliga moralmente a non limitarsi all’acquisto di una bottiglia, ma anche di un adeguato calice e di un cucchiaio apposito per poterlo degustare alla stregua di quella che era la moda francese durante il decadentismo.
Pentimenti postumi? Assolutamente no.

(Per i curiosi curiosissimi: bottiglia, calice e cucchiaio – questi di fattura non troppo squisita – alla “modica” cifra di 65 €)

Ma come è d’uso bere l’assenzio?
Un piccolo tutorial per i viziosi:

#1 ~ Versiamo circa due dita di distillato nel calice. 

#2 ~ Poniamo una zolletta di zucchero al centro nell’apposito cucchiaio e versiamo, goccia goccia, dell’acqua fredda. Poco a poco la zolletta si discioglie mischiandosi all’aqua ed al distillato. Questo rende la bevanda più gradevole (l’assenzio ha un forte sapore di anice e una gradazione altissima, fino ai 75°) e facilità la degustazione: bevuto “puro” infatti non se ne colgono tutte le note aromatiche. 

#3 ~ A questo punto la bevanda assume un aspetto lattigginoso ed opaco: è il momento di sorseggiarlo di fronte a Poeti dall’Inferno

Enjoy it!  

Come creare degli stick di incenso ~

In questo lunedì grigissimo ho dato una  sistematina alla mia pianta di Salvia, ed ho colto l’occasione per provare a farne uno stick di incenso da bruciare sui carboncini.

Un vecchio detto, di cui ora mi sfugge la fonte, dice:

La Salvia da ogni male Salva ~

Ed è proprio vero: le proprietà della salvia sono infinite. Come incenso, è uso noto utilizzarlo durante i rituali di purificazione, e della casa e della persona. Bruciatene uno smudge sul carboncino: anche soltanto il profumo che ne scaturisce libera e calma la mente. Ma non solo: il fumo prodotto dalla combustione della salvia elimina sì le negatività, ma anche i batteri presenti nell’ambiente!

La qualità di Salvia più adatta a questo uso è la Salvia Bianca, una varietà sacra ai Nativi Americani. Si tratta di una pianta desertica, che cresce prevalentemente in California. Smudge di Salvia Bianca già essiccati e pronti all’uso sono reperibili prevalentemente nei negozi di esoterismo. O, per lo meno, a me non è mai capitato di vederne in giro altrove, ma un’occhiata in qualche negozio etnico potrebbe rivelarsi utile. Tempo fa ne avevo acquistati alcuni in un negozietto di Firenze, ‘La Soffitta delle Streghe‘, che offre anche un ben fornito shop online per gli amanti del genere.

Tuttavia, non mi sento di discriminare, per così dire, le nostre piante aromatiche casalinghe. Quale che sia la varietà di salvia che abbiate in casa, anche se non possiederà le grandissime proprietà della Salvia Bianca, sicuramente non ne sarà scevra!

Per arrivare al nocciolo della questione, quindi, come creare uno smudge di salvia?
La lista è davvero cortissima:
* Salvia (l’avreste mai detto, eh?)
* Una matassina di cotone
* Forbici
* Un luogo dove poter appendere il nostro smudge perché si possa essiccare

Step 1 ~ stringete un piccolo nodo attorno agli steli del mazzetto di salvia, in modo da unirli tutti. Se volete, lasciate un capo della matassa più lungo in maniera da poterlo poi appendere tranquillamente.
Step 2 ~ stringere il filo di cotone attorno al mazzetto stando ben attenti a non danneggiarlo e facendo in modo che le foglie si compattino e non fuoriescano. Avete presente l’arrosto? Ecco ~
Step 3 ~ appendere lo smudge in un luogo favorevole all’essiccazione.

Nota: Le erbe per la fabbricazione degli smudge andrebbero raccolte durante il periodo estivo. Ricordiamoci che il periodo seguente a Samhain è tempo di riposo anche per loro. 

Enjoy it!

I colori di Montmartre

A Montmartre ho amato perdermi, ritrovarmi e poi riperdermi ancora.

Per alloggiare a Parigi, ho optato per Airbnb. Sono stata ospite di una giovane studentessa di cinematografia, in un appartamentino terribilmente caratteristico nel quartiere di Montmartre. SETTE PIANI di scale in legno senza ascensore, porte laccate di rosso, moquette, abbaini, tetti blu, la musica di un pianista jazz a risuonare oltre i vetri delle finestre. Immaginereste un luogo migliore dove riposare a Parigi?
Boulangerie ad ogni incrocio, fioristi, piccoli cabaret e la fermata della metropolitana di Abesses a non più di 100 metri di distanza dall’appartamento.

Per Montmartre, a parer mio (sarò ripetitiva), bisogna solo perdersi. Vagabondare senza meta tra le facciate colorate delle case, godersi la salita della funicolare e ritrovarsi attoniti a fissare il bianco marmoreo del Sacre Coeur, l’immensa basilica dai gradini gremiti di turisti affacciata sulla collina dell’ononimo quartiere. L’oro ed il blu dei mosaici che si rincorrono sulle pareti tolgono il fiato, offrendo ad ogni nicchia una prospettiva diversa dell’imponenza del creatore cristiano. Eppure è un attimo, poi, ritornare alla giocosità un po’ irriverente del trenino bianco di Montmartre, che per 7€ vi scarrozza sino al Moulin Rouge, nel quartiere sottostante di Pigalle, passando di fronte al café reso celebre dal film ‘Il Meraviglioso Mondo di Amelie’ ed al cimitero di Montmartre, secondo solo al famosissimo Père Lachaise, dimora eterna di illustri poeti e compositori.
Potreste essere fortunati come me, scambiare due chiacchiere con il guidatore algerino (che ha lavorato per anni a Milano e parla perfettamente italiano) e finire per farvi il giro gratis, con tanto di lezione privata sui monumenti della città sottostante, in simpatia.

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Sacre Coeur, Pairs.
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Sacre Coeur, Paris.

Scordatevi poi la sacralità della basilica e lasciatevi avvolgere dall’allegria e la curiosità di Place du Tetre, la celebre piazza degli artisti, dove i pittori espongono i propri dipinti e vi chiedono di posare per loro. C’è un anziano pittore, con un grosso paio di baffi ed un cappello eccentrico; disegna con la sanguigna ed i suoi ritratti sembrano Madonne rubate alla santità affinché fosse loro permesso di camminare tra noi. Un violinista ed un chitarrista richiamano un drappello di curiosi fuori da Starbucks e vi fanno rincorrere un sogno gitano, un negozio di stampe – rosso, rossissimo – mette in bella mostra Touluse Lautrec. Poi è una lepre che salta fuori da una pentola sulla facciata del Lapin Agile, lo storico cabaret che sorge accanto all’ultimo vitigno autoctono rimasto sulla collina di Montmartre, dal 1933 con rispettosa costanza.
E quindi, ancora, andate cercando il Moulin de la Galette, antica sala da ballo popolare la cui storia è intrisa nel sangue, non mancando di offrire un saluto alla statua dell’uomo che attraversa i muri, le Passe-Muraille.

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Cabaret au Lapin Agile, Paris. 
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Le Passe-Mureille, Paris. 

Girovagare per Montmartre è questo: finire per incontrare una storia dietro ogni angolo, alla fine di ogni ripida viuzza. E farne parte liberamente.

Treno notte per Parigi

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Tour Eiffel, Paris. 

Sono una viaggiatrice ferroviaria seriale, e a Parigi ci sono arrivata in treno, viaggiando di notte, con lo zaino come cuscino. La tratta, con la compagnia ferroviaria Thello, parte dalla stazione di Venezia Santa Lucia, ed arriva dritta dritta a Gare du Lyon, Paris. Prenotando con anticipo, i biglietti possono essere trovati a veramente poco prezzo, cavandosela con meno di 60€ andata/ritorno. Vi addormentate cullati dal rumore del treno che sferraglia e vi svegliate con il sole che filtra dalle tendine alle prime luci dell’alba. Allora vi alzate a sedere, scostate un poco la tenda ed ecco la campagna francese che vi sfreccia di fronte, con i suoi campi verdeggianti ed i suoi paesini dalle case coi tetti spioventi, minuscoli agglomerati urbani che sembrano essere stati rubati al secolo scorso soltanto per il piacere di mostrarvisi nel bagliore dorato dell’aurora; tanto che, alle 10 del mattino, quando Gare du Lyon vi accoglie con la musicalità ciangottante del francese, potreste sorprendervi di fare ancora parte del mondo reale.

Parigi è stata il mio regalo di compleanno, meta agognatissima e più volte sognata tenendo Rimbaud ad un palmo dal cuore. Mi ha accolta con un luglio freddo e grigio, alimentando un trasognante desiderio di vagabondare fino a perdermici. Flanerie, direbbe Baudelaire: andare a zonzo, bighellonare, gingillarsi, vagare per le vie cittadine provando emozioni nell’osservare il paesaggio. Ed è proprio quello che ho fatto, raccogliendo su una lista giusto un paio di indirizzi e luoghi cui giungere, senza fretta, godendomi il via vai un poco distratto dei parigini.
Muoversi a Parigi

Per muovermi a Parigi ho optato per la Paris Visite, una card cumulativa del trasporto pubblico della capitale. L’abbonamento di 3 giorni consecutivi costa 25,85€, e permette di viaggiare su qualsiasi mezzo pubblico all’interno delle zone 1-3, compresa la funicolare di Montmartre. E’ acquistabile direttamente sul posto (io l’ho comprata a Gare du Lyon) ed è sufficiente obliterarla al primo utilizzo, come un normalissimo abbonamento. La metropolitana di Parigi arriva praticamente ovunque, ed una volta addocchiate le fermate e gli scambi principali non è troppo complicato muoversi in autonomia attraverso le ben 8 linee della rete sotterranea. Ma esiste un piccolo aiutino: la compagnia metropolitana mette a disposizione sullo store di qualunque smartphone una comodissima app: Next Stop Paris – RATP. Basta inserire indirizzo di partenza e di arrivo e calcola automaticamente il percorso migliore, con orari, scambi e tragitti!

L’isola maledetta di Napoli

 

Isola della Gaiola, Napoli

Durante il mio soggiorno a Napoli, vinta dalla curiosità ho deciso di dedicare un giorno alla vita da spiaggia. Avevo visto su internet varie testimonianze in merito a questo luogo apparentemente sconosciuto del capoluogo partenopeo, e quindi eccomi qui, a dare il mio piccolo contributo!

Isola della Gaiola, cos’è:
L’isola della Gaiola è un sito che fa parte del Parco Marino Sommerso della Gaiola, situato lungo la baia di Posillipo. In antichità, sull’isola sorgeva un tempio intitolato a Venere Euplea, protettrice dei naviganti. Si racconta vi abbia trascorso del tempo il poeta Virgilio, quindi divenne eremo di un uomo noto come ‘Lo Stregone’, che viveva dell’elemosina dei pescatori. L’isola, disabitata, è vicinissima alla costa, e si può raggiungere facilmente in pochi minuti a nuoto. Almeno finché i guardiani non cominciano a fischiare e sbracciarsi invitandovi a scendere, che non solo è vietato, ma anche pericoloso. E poi, vorreste davvero mettere i piedi sull’Isola Maledetta?

Maledetta, si. E la storia ci spiega perché: tutti i proprietari dell’isola hanno visto la propria vita svoltare in maniera più o meno tragica dopo aver acquistato questo lembo di terra. Uno dei suoi primi inquilini, Hans Braun, venne ritrovato all’interno della villa edificata su uno dei due isolotti, morto ed avvolto in un tappeto. La moglie annegò in mare. E’ poi la volta di Otto Grunback, morto d’infarto nella medesima villa. Un altro proprietario, Maurice Yves Sandoz, morì suicida in un manicomio, mentre invece il barone Paul Langheim finì sul lastrico a causa delle feste che soleva organizzare proprio alla Gaiola. L’ultimo proprietario, prima che l’isola venisse acquistata dalla regione Campania, fu Giovanni Agnelli che, in seguito all’acquisto, subì la morte di alcuni familiari.

Fatalità?

Come arrivare? 
No, non è facile arrivare alla Gaiola sprovvisti di una buona mappa mentale di Napoli e di un mezzo di locomozione. Tuttavia, non è impossibile.
Poniamo, ad esempio, di partire dalla Stazione Centrale di Napoli, giusto per dare un riferimento utile e riconoscibile a tutti. Scendiamo nella metropolitana, e prendiamo la Linea2, direzione Pozzuoli, fino alla fermata Mergellina. Sono 4 fermate. Da lì, torniamo in superficie e cerchiamo la fermata del bus 140, Sannazzaro. Ogni quarto d’ora, direzione Posillipo Capo Stazionamento, passa un allegro pullmino. Mettetevi il cuore in pace e godetevi 21 fermate di trasporto pubblico. Scendete alla fermata Discesa Coroglio, e non dimenticate di chiedere all’autista la direzione da seguire per la discesa della Gaiola. Da lì, sono circa 20 minuti a piedi. La strada asfaltata termina per imboccare una stradina secondaria che presto si trasformerà in una discesa un poco scoscesa sino ad arrivare all’area marina protetta.

Un consiglio: chiedete, chiedete sempre. Io ho incontrato una signora agghindata da spiaggia alla fermata del 140 e, scambiandoci due chiacchiere, ha finito per farmi da guida. Non spaventatevi una volta arrivati all’area balneabile: durante i mesi estivi è affollatissima di napoletani spiaggiati sulla strettissima lingua di asfalto e sabbia che contorna una piccola cala a balneazione libera. La spiaggia non è attrezzata, e l’unico punto di ristoro è un piccolo bar evidentemente abusivo ricavato in una grotticella un poco nascosta, dove hanno attrezzato un paio di frigoriferi per le bevande ed i gelati, sandwich confezionati e termos di caffé freddo artigianale.  

Come entrare alla Gaiola?
Innanzitutto, ricordate che per avere accesso all’area protetta, è necessario essere muniti di un documento d’identità riconoscibile. 
In secondo luogo, ciò di cui avrete maggiormente bisogno per varcare la tanto spirata soglia della meta, è una dose massiccia di PAZIENZA. Gli ingressi, infatti, sono a numero limitato. E’ necessario mettersi in coda. Vi consiglio di portarvi un libro e, se non vantate già un’abbronzatura da vacanzieri, una buona protezione solare. La coda per l’ingresso, infatti, si fa in piedi sotto il sole cocente campano, ed è lunga, lunghissima. E’ possibile iniziare ad accedere all’area dalle 10.30 del mattino, e non ci si può trattenere oltre le 16.30. Personalmente, ho iniziato la coda alle 10.30 e sono riuscita ad entrare verso mezzogiorno. ‘La vera storia del pirata John Long Silver’, di BjÖrn Larsson, mi ha permesso di resistere alla tentazione di defilarmi prima di ottenere il mio tesserino d’ingresso. Ricordatevi che all’interno dell’area è vietato fumare, mangiare ed introdurre bottiglie, e che per dissetarvi e saziarvi è necessario uscire, salvo poi rientrare grazie al tesserino che vi consegnano all’ingresso.

Perché autoinfliggersi quest’agonia? 
Una volta entrati nell’area protetta, la vista dell’isola abbandonata, con la sua scogliera in tufo flagellata dal mare, la villa erosa dal vento e le sterpaglie incolte che ne ornano le pareti scrostate, saranno un’immagine che serberete per sempre tra i ricordi migliori. 
Tuffatevi (l’acqua è subito alta e scura) e provate a raggiungere l’isolotto a nuoto. Sedetevi sul basamento di cemento ricoperto di alghe che fa da pianerottolo naturale ad una grotta scavata sotto la villa, e godetevi la sensazione di abbandono e di libertà che l’isola vi suggerisce. Almeno finché le urla dei guardiani non vi urlano improperi invitandovi a tornare in acqua! 

Enjoy it!

It’s always tea time!

“Yeah, that’s it.” said the Hatter with a sigh. “It’s always teatime, and we’ve no time to wash the things between whiles!”

#Tealover 🍵 Adoro l’aroma del tè. Specialmente in inverno, specialmente se fuori il cielo assume quel grigio ~quasi bianco~ che i tetti paiono fluttuare in aria. Questa miscela è particolarmente adatta al tepore della mia coperta rossa, e ben si sposa con le fusa del gatto accocccolato sui piedi: 

  • Tè nero Ceylon
  • Arancia
  • Cocco
  • Mandorla
  • Rosa
  • Cannella  

Provare per ritrovarvi nella vostra veranda britannica affacciata sulla via della seta. 

Enjoy it! 

Napoli la viva ~ agosto 2016

Davvero non saprei descriverla diversamente, Napoli.

Napoli è viva, vivissima. Non si può non rimanere contagiati dalla vivacità della regina partenopea camminando per i vicoli chiassosi del centro storico o passeggiando sul lungomare verso Castel dell’Ovo. Napoli ti piglia, per così dire. 

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Piazza del Plebiscito, Napoli.

A Napoli ci sono stata da sola, per tre bellissimi giorni. E si, avete capito bene: da sola. E vi dirò di più, non sono stata derubata, importunata né tantomeno qualcuno ha cercato di fregarmi in qualche modo. Anzi, devo spezzare una lancia in favore di tutti i napoletani che ho incontrato: persone disponibili, gentili e di buon cuore. Sfatiamo un po’ di falsi stereotipi, che pericoli e incomprensioni esistono in ognuna delle nostre bellissime città.

A Napoli ci sono arrivata con Flixbus, alla cifra irrisoria di 19€. Abbiamo viaggiato di notte, e la mattina ci siamo svegliati nel frastuono della zona ferroviaria. Ho alloggiato in un b&b nel quartiere di Rione Alto, a non più di 100 metri dalla metropolitana. E, bisogna dirlo, la metropolitana di Napoli è davvero bella e funzionale. La stazione più accattivante è sicuramente Toledo, tappa obbligatoria per raggiungere piazza del Plebiscito.

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Metropolitana Toledo, Napoli

Se, come me, siete interessati ai siti culturali ed artistici, la regione Campania mette a disposizione una card acquistabile online che offre agevolazioni per le tariffe e per quanto riguarda i musei e per quanto riguarda i trasporti: Artecard Napoli. La si può ritirare tranquillamente all’ufficio turismo della stazione ferroviaria, dove vi consegneranno anche una mappa della città ed un libricino con l’elenco e la descrizione dettagliata di tutte le attrattive, completa di orari di apertura e prezzi. Unica pecca: l’ufficio apre alle 10.00, che ai cittadini napoletani la mattina piace dormire. Il disservizio, però, è arginabile con una buona colazione. Se avete voglia di assaggiare quelle che si dice siano le migliori sfogliatelle della città, in vico della ferrovia n°1 trovate l’illustrissimo Attanasio. Armatevi di pazienza per la folla in coda e scegliete: riccia o liscia?

Se proprio devo dire qualcosa di negativo, allora saranno gli orari di apertura dei vari siti. La maggior parte apre “tardi” (10.00/11.00) e chiude relativamente presto, ossia tra le 16.00 e le 17.00. Questo significa che, se ci si vuole godere un pochino le cose, bisogna scegliere non più di tre siti vicini l’uno all’altro e rassegnarsi a godersi un aperitivo lungo che poi sfocerà quasi sicuramente in cena.
Fare una cernita di quanto c’è da vedere a Napoli è un’impresa piuttosto ardua: è davvero una città ricchissima. Ma partiamo dalla già citata Toledo!
Sbucando dalla metropolitana, ci si riversa sul corso, ampio e lunghissimo, che conduce verso piazza del Plebiscito. Non mancano i negozi ed i posti dove fermarsi a fare uno spuntino. Non si può non provare la pizza fritta. Jamme’Ja’ , Toledo, 281. Cos’ha questa pizzeria più delle altre? Le ordinazioni vengono calate dalla friggitoria al piano superiore su un cestino di vimini. Io mi sono quasi commossa. Nota per gli sprovveduti come me: munitevi di un maxi rotolo di carta perché vi sporcherete fino al midollo e, soprattutto, ricordatevi che la pizza fritta all’interno raggiunge la temperatura di un vulcano!

Terminato lo spuntino, via alla cultura con gli appartamenti reali borbonici. Li trovate all’interno del Palazzo Reale, e meritano una passeggiata nel passato. Stanze, porte, soffitti, affreschi e la maggior parte degli arredi sono originali e, muniti di audioguide, si può davvero fare un tuffo nel passato, immaginando la nobiltà borbonica immersa nella quotidianità.

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Palazzo Reale, Napoli.

Dai giardini del Palazzo Reale, si può scorgere il Teatro San Carlo: parliamo del teatro più antico d’Europa. Si entra solo ed esclusivamente con visita guidata, per un massimo di circa 20 persone per volta. E pensare che in passato riuscirono a farvi entrare anche un elefante! Ebbene si, Carlo di Borbone possedeva un vero e proprio pachiderma, il cui scheletro è conservato al museo zoologico di Napoli. Una volta acquistato (o regalato, secondo le versioni) venne tenuto presso un piccolo zoo nella villa di Portici, dove morì prematuramente. Prima di passare a miglior vita, ad ogni modo, fece in tempo a calcare le scene del San Carlo dando il suo contributo ad una rappresentazione dell’Alessandro nelle Indie del Metastasio.
Particolarità del teatro che mi ha divertita molto: dal palco reale tutto ciò che accadeva nei palchetti riservati alla nobiltà, era visibile grazie alla disposizione strategica di alcuni specchi. E viceversa. Evviva i pettegolezzi!

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Teatro San Carlo, Napoli

Non distante da piazza del Plebiscito, in vico del Grottone 4, troviamo l’entrata della Galleria Borbonica. Nota per chi soffre di ansia e claustrofobia: alcuni passaggi del percorso sono davvero stretti, in alcuni bisogna camminare chini ed in altri l’illuminazione è veramente scarsa. Questo perché il percorso si snocciola attraverso un dedalo di cuniculi sotterranei scavati nel tufo. Munitevi di una felpa se siete freddolosi: le temperature sottoterra non sono esattamente tropicali e l’umidità è una compagna invadente.
La chicca? L’ingresso della galleria è all’interno di quella che, fino a pochi anni fa, era una casa privata. Basta spostare il letto e… voilà, una botola di legno si affaccia sul sottosuolo.
Che cosa troverete sotto? Frammenti di guerra e di vite spezzate, ricoveri per i feriti, anfratti bui ed umidi dove le famiglie napoletane hanno vissuto per anni, quando in superficie la guerra aveva tolto loro ogni cosa. Ma non solo rifugi aerei. Depositi di veicoli rubati e, prima ancora, cisterne. Immense cisterne dove i pozzari si arrampicavano grazie a dei fori impressi nella pietra. Un lavoro ben pagato, ma estremamente pericoloso. E che diede vita ad una leggenda, quella del munaciello, che le guide sapranno farvi apprezzare. Centinaia di anni di storia scavati nel tufo a portata di mano.
Una piccola nota: le visite ed il mantenimento sono ad opera di un’associazione culturale autonoma. Meritano davvero tanto supporto.

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Galleria Borbonica, Napoli

Ma spostiamoci lungo le vie del centro storico, dove, presso piazza San Gaetano 68, ci si può immergere in un secondo substrato della città. Si tratta del sito Napoli Sotterranea, dove oltre alle cave di tufo di origine greca, le cisterne dei già citati munacielli ed il rifugio antiaereo, si potrà ammirare un intero anfiteatro inglobato nella città grazie alla concessione di alcune aree private. Da fuori è impossibile vederlo, ma c’è.
Se nel frattempo dovesse esservi venuta fame, con il biglietto d’ingresso potete avere uno sconto in una pizzeria poco distante: Le Sorelle Bandiera. Io ci sono stata verso le 14.30, gentili, efficienti, e la pizza, naturalmente, buona.

Pizzeria Le Sorelle Bandiera

Non siete ora troppo distanti dalla chiesa che ospita il famoso Cristo Velato di Sanmartino. Siamo nella cappella Sansevero, gioiello del barocco ed intricata visione alchemica ed iniziatica per gli amanti del genere. Il Cristo Velato toglie il fiato. Viene quasi la tentazione di allungare le mani per poter pizzicare tra le dita l’impalpabilità del sudario, e quindi percepire la morbidezza del corpo esangue celato sotto di essa. Guardandolo ci si dimentica di essere di fronte ad una scultura marmorea, fredda ed immortale. La sensazione è più quella di sostenere la difficile visione di un oggetto vivo, una trama organica che respira dinnanzi a noi. E’ un incanto difficile da abbandonare, ma forse le macchine anatomiche poste nella stanza accanto possono rappresentare un valido motivo. Un uomo ed una donna, il cui apparato circolatorio è rimasto perfettamente conservato. Tanto inquietanti quanto affascinanti.
Di seguito il link di un video che può rendere l’idea: LA CAPPELLA SAN SEVERO

Ma non ci siamo ancora goduti il lungomare di Napoli! La bellezza del Golfo, con il Vesuvio di sfondo, si può godere da Castel dell’Ovo che, appunto, si dice sia costruito su un uovo. A voi scoprire la storia! Solo una piccola raccomandazione: alla larga dai locali sul lungomare, a meno che non abbiate il portafogli ben pasciuto. Sono riuscita a pagare un caffé 2,80€, e non posso putroppo definirlo uno dei migliori della mia vita. Ma tant’è, dopotutto, viaggiando si impara!

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In definitiva: Napoli non è solo bella, culturalmente ricca, piena di storia e di storie, saldamente ancorata alle proprie tradizioni ed al contempo volta alla modernizzazione. Napoli sono i napoletani, di questo mi sono accorta. E sono i napoletani a renderla così irresistibilmente viva. Non è una città da osservare da lontano, ma una città da vivere di petto. Enjoy it!

“Vedi Napoli e vivi, perché c’è molto qui
degno di essere vissuto.”  – Arthur John Strutt